Pavone

By: sunoversea39@gmail.com

Aug 06 2015

Category: Uncategorized

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Aperture:f/5.6
Focal Length:300mm
ISO:100
Shutter:1/200 sec
Camera:Canon EOS 5D Mark III

Male, nitido e stupendo, male obliquo e viscido, male diffuso, male di un attimo, male da vomitare, così male da non sentirlo nemmeno più il male. Bello splendente, gioia di guardarsi allo specchio, di incrociare altra bellezza. Un clan, una massoneria quella dei belli o ci sei o non ci sei. Un codice di sorrisi quello tra i belli. Un credo anche razzista, un atteggiamento anche protettivo, materno verso i brutti. Tenerezza, i belli provano tenerezza verso gli altri, che belli non sono. Alcuni provano punte di ribrezzo verso i brutti. Nel teatro la’ fuori la bellezza sembrerebbe facilitare la giornata. Può essere tutto sbagliato, ma se hai la tua bellezza, basterà aprire un po’ la coda e si sistema tutto quel poco da farti dormire tranquillo anche questa notte.

Il pavone ci spaventa i predatori con lo sfarzo della coda. Al parco fa fuggire i bambini. Il bello diventa spavento, e il pavone dorme tranquillo anche questa notte.

J è bella, e lo è in quel modo che lo è anche di mattina e di sera le ombre degli stronzi neon non fanno altro che aumentare il mistero di quegli occhi, che sono a mandorla e sono grandi e sorridono, spesso autoreferenziali della bellezza, del naso che dritto accenna una curva docile, specialmente quando il viso sorride, autoreferenziale della bellezza degli zigomi, decisi eppure morbidi, specialmente quando sorridono, autoreferenziali della bellezza, delle labbra irradiate di sangue, capillari che pompano un rosso grosso, vivo, gonfie le labbra eppure sottili con gli angoli un poco all’insù, come un naso francese, solo che sono labbra, specialmente quando sorridono autoreferenziali della bellezza, della chioma che sono onde scure, con riflessi strani, quasi rossi appena sbuca la primavera, i capelli però non sorridono, urlano, urlano fantasie agli uomini.

J è così, ci ha messo un po’ a capirlo, anche perché prima non era così, era bruttina J qualche tempo prima. Tecnicamente J in fasce era un mostro, aveva un capello e gli occhi erano violacei, come ubriachi, il muso gonfio la pelle raggrinzita. Se la ridevano i parenti uscendo dalla stanza: “Una madre così bella, che peccato”, ma erano sollevati dall’ironia della sorte. La bellezza della madre aveva dato un fastidio sottile a tanti per tutta la vita, e ora una figlia mostro era una giusta ironia. La madre la trova bellissima e dolce, anche quando crescendo i miglioramenti non si presentavano, rachitica con la testa grande, e due dita dei piedi incollate, quasi palmate, più mutante che principessa, J studiava e cresceva. I parenti pizzicavano le guance e sorridevano piccole menzogne: “Che carina”, “Li farai diventare tutti matti”, e se la ridevano dopo in macchina.

Hanno smesso poi un giorno non preciso ma del quindicesimo anno di vita in cui J si è svegliata diversa, aveva dormito male quella notte e la mattina l’aveva sorpresa diversa. La vita era entrata in lei arrogante e non se ne sarebbe andata tanto facilmente. Ne aveva invaso le fibre come la poesia fa con la storia. In lei di colpo si era presentato il sesso, non nei pensieri ma nell’aspetto. Era diventata bellissima e J non ne aveva avuto la più pallida percezione. Nemmeno negli sguardi degli altri, che c’erano sempre stati per il motivo quasi opposto. Fino ad un certo punto però, che poi le attenzioni e le invidie le si sono presentate come un esercito e lei ha cominciato a capire.

Ora il fatto è che J incontra solo schiere di stronzi, tanti cuori nobili e fragili sono spaventati da cotanta virtù estetica e quindi si fanno avanti i sicuri, i venditori, quindi gli stronzi, e la sua bellezza le serve perché i baristi offrono da bere e le cassiere la trattano male ed entrambe le circostanze le procurano solo un sorriso in volto. Il resto delle conseguenze della sua estetica sono più da annoverare come sfighe che come fortune. Infatti J è innamorata di uno che fa lo skate, e lui non è che la tratti male, forse sa essere un vigliacco, forse la gelosia lo avvelena tanto da spingerlo a tradire J, così da mettersi il cuore in pace per tutti quegli sguardi che -non ci si può andare a cena senza che il cameriere non dimostri automaticamente un po’ tropo zelo verso di lei-. “Puoi averli tutti, io non posso averle tutte, quelle che posso me le prendo e siamo pari” Se la ragiona così il tipo, se la ragiona, mica sta a eviscerare l’argomento, che a lui le viscere schifano.

J sta con il tipo che fa lo skate, ed è così figa che impara ad andare sullo skate, impara anche piuttosto bene, non solo impara ci si diverte pure sullo skate J.

Faccia su asfalto, velocità.

J se la cava con un taglio dritto, che accenna una curva, proprio come il naso, solo che le passa da sinistra a destra tagliando la fronte, il sopracciglio, l’attaccatura del naso e scalfendo, ma poco la guancia. Questo dopo un mesetto però di sangue e croste, cerotti e punti. Questo dopo che il rapporto con il tipo è andato incrinandosi, vai a sapere il perché. Mesetto in cui J si fa un bel po’ di domande a cui non riesce a rispondersi perché in testa sente solo un ronzio seguito da un crak che ricorda pari pari il crak di quel giorno quando, alzandosi dopo la caduta, ha preso il naso tra le mani e l’ha rimesso quasi a posto. Crak. A domanda risponde solo crak. -Una rana nel cervello- si racconta guardandosi allo specchio. J è passata da pavone a pirata e questo fatto invece che angosciarla le ha lasciato un male e un bene che prima non aveva, e proprio loro, -ironia della sorte, le fanno da testimoni al matrimonio, il suo con quel figo del chirurgo che, dopo anni di studi e disavventure ci ha messo niente a capire cosa avesse tra le mani mentre cuciva. E ancora qualche settimana dopo mentre toglieva punti e guardava quelle mandorle giganti che gli sorridevano invece che lamentarsi. E qualche mese dopo quando entrambi avevano capito tutto, scalzi in spiaggia a dirsi di si.

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